Alcuni lettori con cui ero in corrispondenza si sono ammalati con l'arrivo dell'autunno. Alcuni erano già in trattamento biomeccanico, altri stavano soltanto per iniziare e altri ancora avevano semplicemente avuto una riacutizzazione. Insomma, molti erano entrati in crisi, anche se resistevano sorprendentemente bene. Queste persone, che mi ispirano molto a continuare il blog e che, tra l'altro, hanno un grande senso dell'umorismo, mi hanno dato l'idea di un articolo su come vivere e attraversare una crisi. Vuole sostenere chi ne affronta una durante un trattamento biomeccanico, indipendentemente dalle forme descritte in questo archivio.

Quanto più eri distrutto all'inizio, tanto più ricevi alla fine. Rischio di essere fraintesa, ma non posso evitare questo argomento quando, nel processo di rimettere insieme i propri pezzi, una persona riceve inaspettatamente molto più della salute fisica. Non intendo insegnare nulla a nessuno dall'alto della mia esperienza: per molti che conosco, tutto è accaduto e continua ad accadere in modo molto peggiore e per molto più tempo. Né voglio ripetere il banale invito ad andare avanti e non arrendersi. Voglio solo condividere non tanto riflessioni quanto sensazioni nate durante la crisi in me e in un mio caro amico osteopata, il cui percorso di trattamento è stato molto più duro. Le immagini di questo articolo sono nate dalle mie sensazioni personali di ciò che accadeva. Penso per immagini, perciò forse il racconto non sarà molto chiaro; cercherò semplicemente di scrivere ciò che sento.

Il mio punto di partenza

Per chi non conosce la mia storia: quando avevo vent'anni, un ortodontista mi tolse un canino inferiore leggermente affollato, poi chiuse quello spazio con un apparecchio fisso ed estrasse anche un dente del giudizio sano, considerato un inutile atavismo. Come divenne chiaro in seguito, la mia mandibola si spostò e sviluppai una disfunzione dell'articolazione temporomandibolare. A quel punto la vita era ancora più o meno possibile, anche se con dei limiti alle sue gioie.

Tutto cambiò bruscamente dopo un intervento energico di un terapeuta manuale. Dopo la nona seduta di quel trattamento, uno spostamento improvviso della struttura del mio corpo, soprattutto nella zona del collo, mi gettò nello shock. Cominciarono attacchi di panico intensi, che durarono otto mesi. Non li avevo mai conosciuti prima e non li dimenticherò mai. Una volta, ormai al limite delle forze, vidi perfino «la luce in fondo al tunnel»: il mio corpo si dissolveva verso qualcosa di più grande di me e pensai che stessi andando incontro, capite, a Chi. Ero così esausta che non mi era rimasta alcuna paura.

Ma dopo due ore di oblio, tenerezza e dissoluzione in un calore avvolgente e accogliente, fui bruscamente e duramente rigettata nel caos di un corpo distrutto. Non c'è poesia in questo: non saprei chiamarlo altrimenti. Non riesco a descrivere la disperazione che si prova. È difficile raccontare qualcosa che appartiene a un passato lontano, eppure ricordo di essermi sentita come un animale inerme trascinato al macello. Durante gli attacchi di panico notturni provavo un terrore della morte selvaggio, disumano, animale, primitivo, come un animale al quale stanno per tagliare la gola. Dopo più di due mesi in quello stato, una prescrizione medica mi consentì di acquistare una scorta consistente di forti antidolorifici. Non volevo usarli: desideravo disperatamente vivere. Ma mi sembravano un'assicurazione per un momento estremo, se la sofferenza fosse diventata insopportabile e non avessi avuto più la forza di reggerla.

Poiché la morte sembrava una liberazione, durante gli attacchi di panico pregavo di essere portata via. Eppure ogni volta il mattino presto mi riportava qui, stranamente con più forza e un desiderio di vivere ancora maggiore. Mi chiesi mille volte come fosse potuto accadere: ero entrata nello studio di un medico di cui mi fidavo come una giovane donna piena di vita e di progetti, e pochi giorni dopo ne ero strisciata fuori completamente distrutta. Molti di voi che si sono trovati in una situazione simile, dopo un trauma improvviso, lo sanno: in un istante la vita cambia per sempre e non si può tornare indietro. È difficile rendersene conto e ancora più difficile accettarlo quando si è quasi fuori di sé. Se continui a leggere, probabilmente è successo anche a te, magari gradualmente e nell'arco di anni. Sai quanto il dolore e la follia possano essere disumani e insopportabili.

In uno stato simile vuoi disperatamente aggrapparti a qualcosa per non perdere la ragione, e così ti aggrappi al passato. Ricordi chi eri, maledici la persona che ti ha fatto del male e ti rifiuti di riconoscere ciò che è già successo. Per me fu difficile accettare che cercare un colpevole, ricordare e analizzare con la testa non serviva più. È successo. Sei dove sei. Puoi muoverti soltanto da questo punto. È come ritrovarsi feriti di notte in una taiga invernale e strisciare semicoscienti nel gelo feroce senza sapere neppure in quale direzione andare.

Alla ricerca di una via d'uscita

Continuai a cercare una via per risalire e tornare a uno stato normale e alla vita. Non la trovai negli ospedali, nelle cliniche o negli studi dei medici costosi. Come molti di voi, incontrai tanti sguardi di traverso e molta incomprensione. Mi dissero che era tutto normale e che ciò che era successo dopo il «massaggio» non era nulla, dato che lo ricevono perfino i neonati. Capii con orrore che i medici, anche quelli eminenti, davvero non comprendevano il problema. Mi dissero che era tutta autosuggestione e che avrei dovuto vivere, amare e gioire. Ma non mi arresi. Quando l'incubo arriva ogni notte, non resta che muoversi e cercare ovunque per sopravvivere e, alla fine, fidarsi soltanto dell'intuizione e delle sensazioni interiori, invece che di scienziati attaccati a dogmi scientifici coperti di muffa.

La cosa più spaventosa è che neppure le persone vicine vedono o capiscono il tuo stato. Mi dicevano che avevo lo stesso aspetto di sempre, solo un po' triste. Eppure vivevo in una tensione disumana: non una semplice compressione negativa, ma una compressione di meno venti. Ricordo una frase scritta da un uomo in una vecchia pagina di discussione: mentre soffriva, sua moglie gli sedeva accanto, ma nel suo dolore lui era solo. Questa impossibilità di ricevere sostegno perfino dai più vicini uccide. Il tuo mondo è capovolto; tu sei rivoltato, completamente immerso nel tuo dolore e nella tua tensione e tagliato fuori dal mondo esterno.

Tutto ciò che potevo fare era pregare senza sosta e credere che sarebbe accaduto un miracolo. Trovai un filo a cui aggrapparmi, il trattamento biomeccanico, e più tardi cominciai a scriverne in questo archivio. Non avevo nulla da perdere e mi sottoposi al trattamento. A quel punto gli attacchi di panico erano gradualmente passati e avevo iniziato a dimenticarli, anche se il mio stato rimaneva instabile. Subito dopo l'inizio del trattamento tutto tornò e lo stesso flusso ingovernabile mi trascinò nella direzione opposta, mentre tutti i sintomi riapparivano nell'ordine inverso. Era un'operazione lenta senza anestesia, una tortura lentissima, una discesa nel mio inferno personale. Questa volta, però, vedevo chiaramente la direzione e mi fidavo che fosse quella giusta.

Per come sono arrivata a capirlo, questo trattamento è insolito. Non ti porta dal punto A, dolore e trauma, al punto B, uno stato ideale, attraversando un ponte. Per guarire, vai proprio al centro del tuo essere, correggendo lungo il cammino ogni deformazione e ogni difetto. Prima di toccare quel centro, prima perfino di fonderti con esso, devi attraversare un'Oscurità folle.

La crisi del trattamento

Non voglio descrivere tutto in modo troppo cupo, ma molti di noi sperano di saltare questo periodo: «Guarirò, mi rilasserò, diventerò una persona sana e felice». Cerchiamo in tutti i modi di mettere a tacere dolore e disagio, ed è comprensibile. Ma dimentichiamo che il periodo dell'Oscurità racchiude una risorsa e una forza enormi. Il dolore e la follia ti spezzano e ti mettono in ginocchio, eppure in essi c'è davvero una grande forza, per quanto questo possa sembrare crudele a chi ora è contorto dal dolore e prova disperazione e mancanza di speranza.

Non ho paura di paragonare il dolore a un'amante potente a cui bisogna sottomettersi, altrimenti, come si dice, si resta senza dono. Non puoi dominarla; devi sottometterti a lei. È una sensazione vissuta, non poesia astratta. Respira nel dolore e in uno stato folle, anche quando non ne hai quasi più la forza. Accetta consapevolmente tutto ciò che provi, anche quando ti spezza. È come una palla compressa dentro di te sotto un'enorme pressione, il cui contenimento richiedeva una grande forza, che scoppia contro la tua volontà. Lasci passare consapevolmente tutto ciò che vi era nascosto, comprese emozioni terribili e spaventose e il dolore che cominciano a riempirti. Accogli ciò che arriva quasi con gioia: «Oh, la mia amata malattia è tornata strisciando; lascia che ti soffra». Cerca di rimanere cosciente anche quando tutto sembra irreale e ti senti spegnere e sbalzare fuori dal corpo.

Un mio amico osteopata, che aveva attraversato una crisi durante un trattamento simile, disse che gli antidolorifici andrebbero presi solo nei casi più estremi, quando non si riesce più a sopportare; a suo parere è così che si ripristinano le connessioni neurali danneggiate nel cervello. Dopo che, nell'infanzia, gli era stata applicata alla mandibola una placca per spostarla indietro, con effetti sull'intera struttura del suo corpo, aveva attraversato un inferno peggiore del mio. Ho già descritto che cosa accade durante il trattamento biomeccanico: continui miglioramenti e ricadute, con il ritorno di tutti i sintomi provati in precedenza. A un certo punto del cammino verso l'equilibrio, quando il corpo comincia a raddrizzarsi, ritorni al punto di partenza in cui ti trovavi prima del trauma, ma il processo prosegue più in profondità e rivivi tutto, fino alle malattie e alle lesioni dell'infanzia. Il mio amico ha rivissuto perfino stati legati alla propria nascita. Oggi è una persona completamente diversa, dentro e fuori, e ciò che offre alle persone durante le sue sedute non si può descrivere a parole.

Per chi inizia un trattamento biomeccanico, il periodo più spaventoso dei «ritorni» va da quattro mesi a un anno e mezzo. Più tardi cominci a riemergere di tanto in tanto, e sempre più spesso. All'inizio è difficile attingere forza dall'ignoto e dall'incertezza. Ma quando vieni trascinato via e precipiti in un luogo sconosciuto, per quanto faccia paura, sei costretto a lasciare andare tutto ciò a cui ti aggrappavi, ad accettare ciò che accade e a provare a rilassarti. Il mondo abituale crolla dalle fondamenta. Per questo in quel periodo le persone cominciano a pregare, a cercare un sostegno.

Per la mia esperienza, è molto utile rivolgersi semplicemente alla propria stirpe e chiedere aiuto e sostegno. Non comprende soltanto persone che hanno commesso errori, ma anche un'enorme risorsa per la sopravvivenza: persone robuste, ben strutturate e in perfetta salute. Tutte le risorse che hanno sviluppato ti spettano di diritto; sono già nei tuoi geni e nel tuo sangue. Gli scienziati hanno perfino registrato casi unici in cui una persona ha cambiato consapevolmente il proprio gruppo sanguigno. Nel nostro caso, naturalmente, tutto avviene in modo più delicato. Il sangue cambia la struttura dell'organismo e perfino il DNA, i programmi che trasportano il codice genetico. Attraverso il corpo portiamo a compimento ciò che i nostri antenati non hanno vissuto e possiamo chiedere loro aiuto. Metti una mano sul cuore e chiedi aiuto e sostegno nel trattamento, una benedizione. A molti sembrerà strano, ma credimi: funziona. Cominci ad ascoltare soltanto ciò che viene da dentro, e nessun altro.

C'è un altro punto: quelli che ti dicono di non bere o non fumare durante questo periodo possono andare a farsi un giro nel bosco. Non si sono trovati in questa situazione e non capiscono che cosa succede. Non sto esortando nessuno a bere fino allo stordimento o a fumare fino a perdere il senno. Ma in questo periodo fumare aiuta a sentirsi radicati, dico sul serio: allevia la tensione disumana durante il trattamento. Corvalol e cose simili non aiutano. Paradossalmente, cominci ad ascoltare il tuo corpo invece dei consigli salutisti, anche se il corpo chiede qualcosa di nocivo. Lo assecondi e gli dai ciò che chiede. Non vivi seguendo un regime, ma il suo flusso. Se vuoi dolci o una «salsiccia malsana», significa che ne hai bisogno. È permesso tutto ciò che ti aiuta a superare il momento e a provare almeno un po' di piacere. Ora sei folle. Stai peggio di una donna incinta, perché nel senso più vero stai partorendo te stesso. Tutto ciò che si è accumulato attraverso le generazioni sale in superficie e ti attraversa. Stai vivendo una crisi. Devi aiutarti ad attraversarla. Quando la crisi finisce, le cose si assestano e il corpo non avrà più bisogno di abitudini nocive.

Molti temono tutto ciò che è oscuro e profondo. Ma se stai leggendo questo, sei già sul fondo, dove le convenzioni e la dolce cortesia non contano più. Nel dolore e nella follia diventiamo noi stessi e ci ritroviamo, quando una corrente potente lava via ogni involucro superficiale. Tutte le restrizioni che tenevano noi e i nostri corpi nella tensione volano in ogni direzione come lastre di metallo sotto una tremenda esplosione interna. Questa è la forza e il potere della sorgente interiore con cui ora ti stai collegando. Devi solo sentirla e accettarla. Così diventi finalmente te stesso.

L'Oscurità che si muove verso la luce

Di recente ho visto un interessante film indiano, Io sono Dio / L'emarginato, che ha suscitato grande scalpore in India. Non è uno di quei film indiani commoventi e ingenui. È un cinema spietato, ma molto interessante per il nostro argomento. In breve: spaventato da terribili previsioni astrologiche, un padre portò il figlio piccolo in un tempio e lo abbandonò lì. Molti anni dopo ritrovò il figlio mentre compiva riti terribili sui morti: era diventato un aghori, membro di una setta chiusa di Shiva. Non adora Dio perché è lui stesso Dio. Per lui non esistono leggi: può dare la morte come punizione o come liberazione. Una specie di Oscurità che conduce alla Luce.

Si può discutere a lungo di queste cose. In alcune tradizioni indiane, si ritiene davvero che una persona possa fondersi con una divinità dedicandosi al servizio. Ma qui non è questo il punto. Senza essere d'accordo o in disaccordo con gli induisti, se vediamo ogni personaggio del film come una parte della psiche umana, vi troviamo Dio: selvaggio, primitivo, non cristiano. La polizia interiore non può farvi fronte. Gli «storpi» interiori risultano essere le parti più sane e gioiose di quella psiche, e i «mercanti di schiavi» alla fine scompaiono grazie a questo potente Dio interiore.

In un trattamento simile si risveglia in te un Dio interiore selvaggio, indifferente a tutte le convenzioni e alla polizia interiore, che manda al suo posto l'ego mercante di schiavi. Nell'articolo su karma e malattia ho scritto del duende spagnolo, che significa anima, fuoco e sentimento. In russo si dice «Non ha fuoco»; in Spagna, No tiene duende. Non si può comprenderne la potenza se non si sono attraversate dure prove interiori. García Lorca disse: «È una forza demoniaca con cui bisogna entrare in lotta e vincere: spazza via la geometria comoda e appresa; il suo avvicinarsi segna la rottura di tutto ciò che è familiare. Eppure è anche l'alba, una freschezza mai vista e inimmaginabile: il duende, come una rosa che sboccia, come un miracolo».

Immagina che tutto il dolore e il terrore che attraversi in questo trattamento aiutino a risvegliare in te questo duende oscuro, il fuoco e l'anima. Questo trattamento ti raccoglie pezzo per pezzo in un tutto unico: chirurgico, oscuro, magico. È davvero una lenta operazione senza anestesia, una tortura. Eppure alla fine, eliminate le deformazioni e i difetti dentro di te, cominci a sentire una forza salire dalla pianta dei piedi, riempirti l'inguine, aprirti i palmi dall'alto e spalancarti il petto, così da respirare a pieni polmoni. La tua testa comincia a vedere e pensare con chiarezza. Senti calore nel cuore e in te si risveglia l'amore: non ho paura di usare questa parola, consumata nel mondo moderno.

Cominci a interagire con il mondo dall'interno della tua integrità, senza aver bisogno di qualcuno che riempia i tuoi vuoti, e capisci che la generosità nasce da questa pienezza traboccante di forza. Esiste una pianta, il loto bianco, le cui radici scendono molto in profondità nel fango scuro, mentre sopra sboccia un fiore di straordinaria bellezza e profumo. Tu diventi questo. Il conflitto tra l'animale e l'umano scompare. Diventi un essere sensuale e sessuale, capace di amore sincero e di piacere infantile. Comprendi anche che Dio non è un'idea astratta da qualche parte fuori di te, ma vive dentro di te. Non hai bisogno di crederci: lo vivi con tutto il tuo essere. Ma prima attraversi l'inferno.

Un lettore scrisse che un tempo fluttuava da qualche parte tra le nuvole, ma il trauma lo riportò bruscamente nel proprio corpo e infine lo costrinse ad ascoltarlo. È per questo che entriamo consapevolmente nel dolore di tutte le nostre ferite. Attraverso un simile trattamento capisci nel senso più letterale che cosa significhi camminare dall'Oscurità alla Luce. Per il trauma e il dolore, anche persone molto giovani acquisiscono la saggezza e la profondità degli anziani. Potresti chiederti perché ti servano quella profondità o tanta sofferenza. Ma, per qualche ragione, sei già dove sei. Puoi continuare a cercare colpevoli oppure iniziare ad accettare e ad aprirti al disagio e al dolore, diventare per un po' folle ed esausto per la tensione e l'insonnia, e vivere ciò che ti spaventa. Lascia che tutto ciò che conosci si spezzi e libera ciò a cui ti aggrappavi.

Questo abisso non è senza fondo, credimi. Qualunque cosa accada, illumina consapevolmente tutto ciò che affiora. Alla fine smetti di temere il predatore, ovunque si trovi: fuori, come ciò che ti viene imposto, o dentro, come paura. Smetti di fuggire dal predatore o di comportarti con lui in modo sottomesso e gentile. Cominci a seguirne tu stesso le tracce, puntandogli addosso un riflettore e illuminando ogni suo movimento. Quando sei proprio al centro del tuo essere, nessuno può ingannarti.

Moreno Conte, fondatore di Starecta, ha descritto questo processo attraverso Le ali della libertà: come il protagonista del film che fugge dalla prigione verso la libertà, dovette «strisciare attraverso liquami fetidi in tubi stretti lunghi cinque campi da calcio». Io l'ho sentito come una corrente violenta, ininterrotta e del tutto incontrollabile, nelle profondità dell'oscurità totale, che ti porta via. Il tuo sistema di coordinate si spezza; perdi il senso dell'alto e del basso e ti sembra di impazzire. Solo la fiducia completa, l'accettazione di ciò che accade, il rilassamento e la rassegnazione all'idea di non uscirne mai ti aiutano a sopravvivere.

Quando ti rassegni a questo, all'inizio cominci ogni tanto a riemergere per respirare, poi vedi punti di luce appena distinguibili all'orizzonte. Poi ritorna la capacità di muoverti e nuotare, anche in una tempesta terribile che ti sommerge con onde selvagge. Infine, quando non te lo aspetti più, senti i piedi toccare qualcosa di solido. Non ti accorgi neppure di quando, un giorno, arrivi sulla riva.

Non mi aspetto che tutti mi capiscano. Qualcosa di ciò che è descritto qui potrebbe risuonare profondamente in alcune persone, mentre altri potrebbero non capire proprio nulla. Non c'è esoterismo in quanto descritto, solo sensazioni vissute. Quando ti sottoponi al trattamento, confronta autonomamente le tue sensazioni.

Illustrazione d'archivio
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Illustrazione d'archivio
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